Quando scompare un volto del cinema popolare, ironizzare è facile quanto mitizzarne il volto e la carriera. Nel caso di Guido Nicheli, odontotecnico con la passione per la recitazione, spentosi ieri a Desenzano del Garda a causa di un ictus improvviso mentre cenava con gli amici, si è combattuti tra la rivalsa di ricordi adolescenziali, a centinaia, e il rifiuto sommario – e sommariamente snob - della serie Z. Ma una cosa è impossibile negare: che il volto di Nicheli era uno dei più familiari del nostro cinema e della nostra televisione, uno dei più lucidi e duraturi tra i tormentoni che hanno attraversato la penisola per un quarto di secolo, dagli anni di Drive In a quelli – non meno tormentati - di Zelig.
Il caratterista, nella commedia all’italiana, è un ruolo spesso basato sulla riconoscibilità, e sulla reiterazione di un canone: e in questo, va riconosciuto, Nicheli era un assoluto maestro. Ma quando l’attore diventa un tutt’uno con il ruolo che interpreta, si passa da uno stato di amicalità a un vero e proprio senso di familiarità. Ed è lì, che scatta il meccanismo del mito. Guido Nicheli, "one role actor" come pochi, o meglio come più nessuno nel nostro paese (solo Tiberio Murgia, forse, aveva osato tanto), era e sempre sarà il cumenda Zampetti dei Ragazzi della Terza C (serie bistrattata per anni ma che oggi ci conviene rimpiangere, come minimo), l’industriale arricchito e “cagone” che da una parte faceva da controcanto e da oggetto di scherno del popolino invidioso, così come dall’altra era condannato ad una corte di ipocrisie di chi ne voleva sfruttare il potere monetario. Sorta di ultimo baluardo di un decennio assurdo, gli anni ottanta, che forse non sono mai finiti. O che forse finiscono solo oggi. I titoli dei giornali lo dimostrano: non è morto Guido Nicheli. È morto Guido Zampetti. È morto "il cumenda".
Quando si spegne una parte di un immaginario, che l’immaginario ci piaccia o meno, e anche se spesso questa frazione di mito è stata relegata da amici registi e attori in una macchietta senza età ma ormai vuota e bidimensionale, si rimane di sasso e non si sa più che dire. Perché ci si rende conto che questo irresistibile non-attore, attraverso meccanismi di ripetizione probabilmente inconsapevoli –chi l’ha conosciuto lo giura, a gran voce, che Nicheli era proprio così – si è portato a casa, e poi nella tomba, un’immortalità che è propria dei grandi. Delle star. Alboreto is nothing.