Johan Cruijff (nella foto in azione) ha alzato il velo su uno dei tanti, piccoli, grandi misteri della storia del calcio. A distanza di trent’anni ha finalmente spiegato la ragione della sua mancata partecipazione al Mondiale del ’78 in Argentina. Una rinuncia che penalizzò la sua Olanda, comunque capace di arrampicarsi sino alla finale, poi perduta davanti a Passarella e compagni spudoratamente protetti dal regime militare.
Tre le ipotesi che avevano retto sinora: Cruijff a casa in segno di protesta proprio contro la dittatura di Videla, Cruijff davanti alla tv per sottrarsi all’assedio dei media planetari, che nel precedente Mondiale, quello perso dalla sua nazionale nell’ultimo atto con la Germania, avevano molestato sin troppo lui e parenti al seguito, Cruijff in pantofole per una querelle con l’Adidas, colosso in eterna competizione con il suo sponsor, la Puma. Niente di tutto questo.
Cruijff rinunciò per paura, una paura matta, perché qualche tempo prima dell’avvio di quel Mondiale fu vittima di un tentativo di sequestro. Un commando irruppe nella sua casa di Barcellona, legò moglie e figli, compreso Jordy, che oggi gioca in Ucraina, gli puntarono un fucile alla testa, fecero passare alla famigliola qualche ora di terrore. Il rapimento fallì, fu tempestivo l’intervento della polizia, ma l’episodio destabilizzò il giocatore. Per mesi non potè tornare alla vita normale, con la scorta a seguirlo ovunque, anche dentro casa.
Per questo, ha raccontato, non avrebbe potuto dare il meglio nel Mondiale sudamericano. E a malincuore lasciò gli amici orfani del proprio guru. Al di là di tutto, fa un certo effetto questa rivelazione di Cruijff. Fa un certo effetto immaginare intimorito, svuotato, costretto alla resa, questo monumento alla classe, alla personalità, alla leadership. Lui che ringhiando ha sempre imposto scelte e posizioni, asfaltato presidenti e difensori, spinto alle corde dai demoni dell’insicurezza. Cruijff improvvisamente senza rete, sperduto nello spazio. Così annichilito da mettere il bavaglio al suo ego, proteso verso un Mondiale che lo avrebbe accolto come superstella.
Insomma, questo segreto svelato ci regala un’immagine inedita, quella di un uomo vulnerabile. E dunque più simpatico. Al quale possiamo finalmente perdonare l’ostinata idiosincrasia per la nostra scuola. Già, Cruijff detesta profondamente il calcio italiano. Giudizio neppure scalfito dal successo nel Mondiale tedesco. O meglio, lo ritiene completamente sprovvisto di senso estetico, ruminato da squadre terrorizzate dalla sconfitta. Ma forse, l’avversione ha una matrice meno edonistica.
L’uomo è rancoroso, il tecnico di più, e quella scoppola rimediata con il Barcellona dal Milan di Capello nella finale di Coppa Campioni del ‘94 continua ad avvelenargli il quotidiano. Piccole debolezze ad agitarsi dentro la corazza di un personaggio che ha sempre preso a spallate il movimento. Quando giocava, Eduardo Galeano lo chiamava “elettrico magrolino” e nel suo “Splendori e miserie del gioco del calcio” scrive : “Ancora ragazzo debuttò in Nazionale, giocò stupendamente, segnò un gol e fece svenire l’arbitro con un cazzotto”.Oggi Cruijff procura invece svenimenti ai gestori del sistema, spalmando valutazioni negative su tutto, o quasi, dall’organizzazione dei campionati alla qualità degli attori in campo.
Il suo manifesto “Mi piace il calcio”, sottotitolo “ma non quello di oggi”, è lo strumento più efficace per avvicinarsi alla sua filosofia, quella di chi sostiene con fermezza che il football è molto più semplice di quanto si pensi. Alla fine tutto si riduce nel passarsi la palla dall’uno all’altro. Passaggio e controllo. Il problema è che troppo spesso i lanci, anche quelli di pochi metri, diventano sassate. Difettano i fondamentali, osserva Cruijff, e soprattutto quelli in grado di insegnarli. Ma nel suo libro c’è un concetto che, più degli altri, fa uscire dai gangheri chi teorizza un calcio fondato su antiche e granitiche gerarchie. Per lui “lo spogliatoio è piu’ importante di qualsiasi consiglio di amministrazione”.
Un chiaro invito ai professionisti a prendere piena consapevolezza del proprio potere, impadronendosi del diritto di intervenire in tutte le scelte della società. Ipotesi rivoluzionaria, e per questo di complicata realizzazione in un mondo strenuamente chiuso persino alle innovazioni regolamentari. Eppure, in Brasile, negli anni Ottanta, il suggestivo ribaltone diventò realta’ nel Corinthians, il club del popolo fondato da muratori e calzolai. Anzi, il vento insurrezionale sollevato dai giocatori fu talmente forte che finì per contribuire in modo decisivo al processo politico che stava cambiando il Paese, con l’abbattimento della dittatura dopo vent’anni di oppressivo regime.
“Democrazia Corinziana” era il nome del movimento progressista, Socrates, o Doutor, l’incontrastato leader che elaborava ideologie e iniziative. Una sorta di cellula autogestita che decideva collettivamente qualsiasi cosa, l’orario di allenamento, le tattiche, le strategie di mercato, addirittura le soste del pullman durante le trasferte. Ed il voto del presidente aveva lo stesso peso di quello del magazziniere, anche se ogni figura conservava il suo status professionale. Quel Corinthians vinse per due volte di fila il campionato paulista, Socrates, Casagrande, Biro Biro, alzavano il pugno in ogni stadio, facendo pressione sul governo per concedere l’amnistia alle migliaia di prigionieri politici, sollecitando i tifosi ad emanciparsi, ad esprimere senza paura il proprio malessere.
La gente applaudiva e sognava, ma soprattutto rifletteva. E a poco a poco capì che la strada giusta era quella di insistere nel solco tracciato dai propri idoli. Nel frattempo Socrates ipnotizzò anche il pubblico italiano al Mondiale dell’82, sambando con Falcao, Cerezo e Zico in quell’esagerato centrocampo neutralizzato solo dall’inarginabile Paolo Rossi del Sarrià. E due anni dopo volò a Firenze per una stagione poco fortunata sotto il profilo dei risultati. Troppo lento, dicevano, troppo filosofo, troppo marxista. Quel suo distacco dal Corinthians sancì la fine dell’esperienza democratica nello spogliatoio bianconero.
Ma il più era stato fatto. Era nata, si era affermata, una nuova figura di calciatore, non più vessata da un sistema accentratore. E sotto quella spinta anche il Brasile si avviò a conquistare la propria libertà. Oggi Socrates fa il medico, il cantante, il giornalista. Resta, come Cruyff, un disobbediente. Alieni, rispetto ai colleghi contemporanei. Che insorgono per un rigore non concesso, mai per un principio violato.
GIORGIO PORRA'
SKY Sport
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