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25 Aprile, 2008

Ferrini, guerriero dal cuore granata

di GIORGIO PORRA'

Il Torino non e' una squadra come le altre. Non e' neanche una squadra. E' un concetto piu' alto, assoluto. E' un pezzo della storia d'Italia, un rosario di ferite e successi e cadute e risalite che chi ama il calcio porta sempre idealmente al collo. Per questo ed altro ancora l'attuale sofferenza granata (traumatico cambio di panchina, classifica precaria, Gianluca Comotto che bombarda a distanza) non fa piacere a nessuno. E' uno di quei rari casi in cui si dissolvono le ragioni, sempre discutibili, di campanile.

E', in definitiva, una questione di sacro rispetto nel ricordo di fenomeni irripetibili come Valentino Mazzola e Gigi Meroni. E Giorgio Ferrini (nella foto la sua storica maglietta granata). Il cui nome, forse, sprigiona meno fascino rispetto ai grandissimi, ma chi ha il toro tatuato sul cuore sa bene che nessuno piu' di lui ha profondamente legato vita e carriera al club piemontese. Anche perche' il suo tribolato percorso, con un capolinea tragico, la morte a soli 37 anni, nella stagione dello scudetto di Pulici e Graziani, si sposa in modo perfetto, quasi letterario, con il destino di una societa' costantemente in chiaroscuro, con il mai sopito dolore di Superga a sporcare anche le gioie piu' appaganti.

Ferrini, piu' di altri, ha dato voce e muscoli al famoso "tremendismo", quel mix di temperamento e fedelta' alla causa che De Biasi in questo rettilineo conclusivo sta cercando di riprodurre a tutti i costi. Ferrini e' stato, come recita il titolo del libro di Enrico Albrigi, "Il capitano di mille battaglie", Graphot Editrice, il giocatore per il quale stravedeva la curva "Maratona" che per tre lustri, scanditi da 443 presenze tra A e B, ne ha affettuosamente applaudito l'impegno. Albrigi, ex ala destra di buon valore, che nel Torino assieme a Ferrini ha vissuto momenti esaltanti, tratteggia un bellissimo ritratto del compagno, con la prefazione di Angelo Cereser, libero di grande concretezza, altro granata storico, ad impreziosire il viaggio.

"Lo chiamavo il mulo - e' la testimonianza di Nereo Rocco - per la caparbieta' che sapeva esprimere. Spesso gli dicevo :"Con undici uomini come te il campionato non ci sfuggirebbe mai". E dico "uomini", non giocatori, perche' nella vita era un uomo perfetto. Vera razza triestina, per intenderci". Si', Ferrini era proprio cosi', randellava con stile, e gli juventini del tempo ne sanno qualcosa, ma la sua lealta' non e' mai stata messa in discussione. Neppure da Omar Sivori, sul prato il suo acerrimo "nemico". Tanti
derby torinesi sono stati il palcoscenico dei loro duelli ruvidissimi. "Sivori aveva il tunnel facile, era un formidabile giocoliere, entusiasmava la platea - ricorda il torinologo Sergio Barbero- Ferrini, invece, aveva il piede vibrante, era un divoratore di energia, teneva sempre alti i giri del motore". Personalita' in antitesi, ogni volta scoppiava una guerra. Ferrini era un vulcano sempre acceso, molto spesso Sivori finiva il match ricoperto di lava. Ma se l'argentino era manna per i cronisti, ogni borbottio un titolo da strillare, Ferrini, schivo e scontroso, parlava poco, evitava la polemica, dalle parole pretendeva significato non effetto.

Di certo, ha vinto meno di quanto avrebbe meritato. Col Toro due Coppe Italia da giocatore e il titolo del '76 come vice di Gigi Radice. In azzurro divento' invece campione d'Europa nel '68, ma sei anni prima, nel mondiale cileno, si ritrovo', suo malgrado, tra i protagonisti di una delle pagine piu' avvilenti nella storia del nostro calcio. Lui, centrocampista duro e resistente, in un'Italia piena di oriundi e abatini, come Rivera, Altafini, lo stesso Sivori. Nella partita della vergogna, quella con i padroni di casa  vittoriosi  per 2-0, l'arbitro inglese Aston si schiero' apertamente dalla parte dei cileni, tollerando ogni loro feroce scorrettezza. A farne le spese proprio Ferrini, espulso, assieme a Mora, dopo un sanguinoso corpo a corpo con Lionel Sanches. Italia a casa, il granata marchiato a fuoco dalla critica nostrana :"Ferrini il killer", urlarono in troppi. Ma lui non mollo', continuo' a giocare come sapeva, con la solita tenacia. "La gente non sa - era il suo commento amaro - che cosa vuol dire giocare in una squadra che non ha protezioni, che non ha amici in giro".

E col Toro si riconquisto' il rispetto di chi l'aveva frettolosamente insultato. Una volta, in una gara di campionato, reagi' all'ennesimo fallo subito. E quando un compagno, negli spogliatoi, vedendolo abbattuto, gli sussurro':"Dai Giorgio, capita nel calcio di essere picchiati", lui replico' sereno : "Non e' per quello, mi spiace soltanto di averle date". Cosi' era Ferrini. Cosi' dev'essere il gruppo granata nell'ultimo scatto stagionale.
GIORGIO PORRA'
SKY Sport
             




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