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31 Marzo, 2008

Pepe, che reinventò la geometria

di GIORGIO PORRA'

Senza Totti contro il Manchester. Col serio rischio di non poterlo schierare neppure all'Old Trafford. La Roma ha bisogno di un altro uomo-squadra per scalare l'Europa. A Spalletti servirebbe uno con i piedi, con la testa di Juan Alberto Schiaffino (nella foto con un giovanissimo Gianni Rivera), che spese in giallorosso i residui spiccioli di carriera. Lui, la geometria applicata al football, seppe brillantemente riciclarsi libero, ma soprattutto si confermò leader vero anche nella capitale.

In un Inter-Roma giocato a San Siro, su un campo quasi impraticabile, lanciò uno degli ultimi bagliori della sua intelligenza, della sua flessibilità tattica. Con la Roma in vantaggio di un gol, ma schiacciata dall'avversario, Schiaffino decise di rimboccarsi le maniche, piazzandosi al centro di una difesa in totale sofferenza. Dalle sue parti non passò nessuno, il muro eretto in solitudine respinse ogni assalto. L'intero stadio restò incantato davanti a quella feroce, umile applicazione. Una chiara dimostrazione del concetto di uomo-orchestra.

Ed è appunto in quest'ottica che va considerata la sua grandezza. Anche se più spesso capita di pensare a lui davanti al lezioso narcisismo di molti registi moderni. L'uruguagio, al contrario, faceva viaggiare il pallone con chirurgica precisione. Cesare Maldini sostiene che "aveva un radar al posto del cervello". Gianni Brera scrisse che "nascondeva torce elettriche nei piedi e trovava sempre d'istinto la posizione giusta sul campo". Schiaffino esibiva un fisico asciutto, disponeva di purissimi fondamentali. E non rimase marchiato dalla scuola sudamericana, nel senso che il dribbling, per lui, non rappresentò mai una ragione di vita. Troppo razionale, troppo algebrico, per dedicarsi al ricamo da giocoliere.

Eppure è stato personaggio capace di accendere la fantasia di poeti e cantautori. Paolo Conte gli ha dedicato un pezzo struggente come "Sudamerica", Fernando Acitelli un delizioso sonetto nel quale lo descrive "puntuto di viso e lustro di chioma come un ospite del Musichiere". Schiaffino aveva origini liguri, i nonni paterni erano di Camogli, circostanza che gli consentì di giocare da oriundo anche nella nazionale azzurra. Noi lo ricordiamo soprattutto per i tre scudetti vinti con il Milan e perché fu il primo ad intuire la classe del quindicenne Rivera.

Tra di loro, nel 1961, ci fu un ideale passaggio di consegne, con Schiaffino in direzione Roma. Stesso tocco di palla, identico senso tattico. Ma il suo nome è ovviamente legato al capolavoro mondiale del 1950, quando il suo Uruguay sconfisse il Brasile al Maracanà, gettando nello sconforto un intero paese già sicuro del successo. Lui segnò il gol del temporaneo pareggio, Ghiggia completò l'opera. Rio crollò dalla disperazione, Schiaffino ed i suoi compagni entrarono nel mito. Un'impresa che Osvaldo Soriano filtrò, in un bellissimo racconto, "Il re del centrocampo", attraverso la sensibilità di Obdulio Varela, l'imponente centromediano, una sorta di capopolo tagliato con l'accetta, il primo dei suoi a comprendere la vulnerabilita' del gigante brasiliano.

"La sua forza - ha scritto Sandro Veronesi nel 1995, incontrando un Varela ormai curvo e malato - ha insegnato a vivere a generazioni di muchachos affamati". Varela, Schiaffino, Nasazzi, Miguez, Maspoli, tutti i protagonisti di quel delitto perfetto, hanno rappresentato qualcosa di più di una semplice équipe talentuosa. Sono tuttora l'orgoglio del Sudamerica più svantaggiato.

Varela, per esempio, si è sempre sentito fratello dei colleghi meno fortunati. Nel 1949 è stato lui a fondare il sindacato dei calciatori del suo paese dopo un lungo sciopero a tutela degli interessi dei giocatori più modesti. Eppure è morto in solitudine, esattamente come Schiaffino, spentosi a 77 anni a Montevideo. Succede, anche quando attraversi fragorosamente la tua epoca.

Un destino ingrato al quale Juan Alberto non si è mai ribellato. Anzi, lo ha quasi assecondato. Sapeva di essere il migliore, erano gli altri a doverlo omaggiare. Lui aveva sempre giocato, pensato, ad una velocità superiore, "di sicuro anche oggi - sosteneva impettito - non faticherei ad impormi". Giudici secchi, trancianti, anche nei suoi ultimi anni. Aveva eletto Enzo Francescoli a suo erede, per gli altri solo briciole. Anche Baggio non lo aveva mai convinto del tutto.

Del resto lo chiamavano "El Pepe", proprio per via del carattere spigoloso, dell'agonismo esasperato. E non a caso nel Milan erano lui e Liedholm a presiedere la famosa commissione interna che gestiva i problemi della squadra e che introdusse il meccanismo di suddivisione dei premi partita. Tra le tante anime, anche quella del sindacalista. Ecco, a Spalletti, in questo periodo, farebbe davvero comodo uno così per ammorbidire i furori britannici, uno col talento zampillante e gli attributi d'amianto come Schiaffino. Di certo il più forte uruguagio mai transitato nel nostro calcio, al di là di ogni romanzesca sfumatura. In assoluto uno dei fuoriclasse più completi.
GIORGIO PORRA'
SKY Sport




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